LOST + dARI LIVE

Ebbene sì cari MusicLovers, giorno 5 Maggio abbiamo avuto il piacere di assistere al concerto dei LOST + dARI al Legend Club di Milano e proprio a questo evento abbiamo intervistato i LOST.

Lost

LOST Biografia

I LOST sono tra le band più influenti degli anni 2000.

Nel corso della loro carriera hanno ottenuto grandi successi e riconoscimenti (tra cui un Mtv Europe Music Awards nel 2009, un Dvd di Platino, dischi d’oro e numerosissimi altri premi), collaborazioni internazionali (Joel Madden dei Good Charlotte) che hanno concesso alla band di calcare i palchi di tutta Italia con lunghe tournée. Questo ha permesso loro di farsi conoscere ad un pubblico via via sempre maggiore.


Ora i LOST sono tornati con un sound potente e serrato. Che si avvicina sempre di più alle sonorità pop punk e punk rock d’oltreoceano. Con testi concreti e melodie dirette, in cui emerge una chiara fotografia dello stato d’animo in cui ci si trova in quest’epoca fatta di insicurezze, solitudine, perdita di contatti umani, paura ma anche speranza e voglia di lottare per i propri sogni.

L’INTERVISTA

In questa intervista mi piacerebbe ripercorrere un po’ il vostro percorso artistico, quindi vi chiedo: chi erano i LOST 20 anni fa, cosa è cambiato in questo lasso di tempo e chi sono i LOST adesso.

R: Guarda, i LOST 20 anni fa erano esattamente queste due persone, ad un tavolo analogo perchè eravamo due ragazzini, e l’unico pensiero che avevano, era: stare insieme, suonare, divertirsi e scrivere le proprie canzoni. Ma soprattutto noi perdevamo le giornate e le serate a cercare video di queste band americane come Good Charlotte, Simple Plan, Sum 41.

Una volta non c’era YouTube, quindi si usavano i software per passarsi la musica. Passavi una notte intera a scaricare un video, quindi lo guardavi continuamente.

Quello era l’obiettivo per noi.

Noi vogliamo andare a suonare lì.

Non tutto quello che c’è dopo, ma stare sul palco, far ascoltare la nostra musica alla gente che viene a vederci.

Regalare lo stesso divertimento che abbiamo vissuto noi.

E 20 anni dopo stiamo facendo esattamente la stessa cosa.

W: Abbiamo ritrovato questa complicità. Era proprio questo che ricercavamo e che abbiamo ritrovato da un anno a questa parte. Quando abbiamo ripreso in mano le chitarre elettriche e le sonorità punk, abbiamo capito che era quello che siamo sempre stati.

I nuovi pezzi sono nati e sono venuti fuori i maniera molto naturale.

E’ stato veramente bello e ci ha legati ancora di più, come quando siamo partiti col progetto!

Ve lo ricordate il momento esatto in cui avete pensato per la prima volta: “io nella vita voglio suonare”?

W: Per me è stato quando ho visto il video di “What’s my age again?” dei Blink 182. Lì ho iniziato a suonare. Ho comprato subito la mia prima chitarra e mi son detto «questo è quello che voglio fare». Era il ’99.

R: Io un po’ dopo a dire il vero. E’ capitato nel momento in cui mi sono reso conto che era la cosa che sapevo fare meglio. Ero in grado di scrivere canzoni, mi piaceva quello che facevo, mi piaceva stare con i ragazzi, con Walter. Penso che sia stato dopo il nostro primo disco, che probabilmente nessuno conoscerà perchè era un EP di 4 pezzi che non è mai uscito. Quello è stato il momento in cui ho realizzato che non me ne fregava niente di continuare gli studi, dell’università, del “lavoro stabile”.

Io ho voglia di suonare. Ho voglia di continuare a fare questo percorso.

E finalmente in quegli anni abbiamo coronato il nostro sogno e continuato a fare questo.

Considera che noi facevamo le prove nel weekend. Tutto quello che anticipava quel momento, era una cosa che volevo fare velocemente. Mi piaceva quello che stavo facendo, però il sabato e la domenica pomeriggio ci si trovava a suonare e dopo è diventata una cosa quotidiana.

W: Dopo è diventata una cosa quasi “ossessiva”, nel senso che ci si trovava sempre su MySpace ad inviare i pezzi, ad aggiungere la gente, a far ascoltare la nostra musica e a far conoscere sempre di più il progetto. Mi ricordo che andavo nell’ufficio di mio padre perchè non avevo internet a casa, e stavo dalle 20 fino alle 2 di notte a fare tutto questo. Ma ci è servito perchè poi siamo finalmente riusciti a procurarci i primi live nel nostro paese, a Roma, a Milano. E poi abbiamo avuto il Cornetto Free Music Festival che ci ha permesso di firmare il primo contratto discografico.

R: Adesso dico una cosa che può sembrare esagerata. Perchè noi adesso siamo qui per il concerto dei LOST e i dARI, e sembra QUESTO il “suonare”.

Il “suonare” in realtà è tutto il resto.

Per noi questo è il risultato, il piacere di quello che abbiamo fatto e faticato fino ad ora. Fino all’altro giorno non abbiamo fatto altro che inviare messaggi per invitare la gente all’evento, perchè non c’è niente di più bello che suonare le proprie canzoni davanti alle persone, e chiedergli dopo il live:

«Ma allora? Cosa ti è arrivato dalle canzoni?»

Le ultime canzoni che abbiamo scritto sono molto Emotive. Walter ci ha messo tutto il suo Cuore. Quindi c’è anche la voglia di chiedere a chi ci ascolta, cosa gli è arrivato. Questo per noi è davvero importante.

Qual è il vostro mentore artistico?

W: Per me Joel Madden: è stato il mio faro in mezzo alla nebbia. Adesso invece si è aggiunto Dan Marsala, cantante degli Story of the Year. Ultimamente sto provando a sporcare molto la voce per cercare di fare, non dico scream, ma qualcosa alla Bring me the Horizon.

R: Mi hai chiesto una cosa difficilissima per un chitarrista. Io, come penso gran parte dei chitarristi, vivo dei grandi momenti in cui «adesso voglio suonare come lui, adesso voglio suonare come quell’altro».

Per me, e lo è ancora, è una continua decodifica di quello che ascolto.

E’ uscito, come dice Walter, il disco nuovo degli Story of the Year, per me è un esercizio di studio, devo imparare a fare quelle cose per poi farle mie e metterle nelle canzoni.

Ti posso citare per esempio Billy Martin dei Good Charlotte, era quello che ci ha unito veramente. Ma anche Ryan Phillips degli Story of the Year e James Valentine dei Maroon 5 che mi ha sempre ipnotizzato.

W: Mettiamo tutto in un frullatore, ci buttiamo dentro un pizzico dei LOST e diventa una cosa diversa e più nostra.

R: Ma per noi è anche un gioco. Ad esempio quando scriviamo le canzoni, io mi giro verso Walter e gli dico «ma se fossi il cantante dei Simple Plan, come la canteresti?» Magari viene una figata in quel modo, la sporchiamo, la imbastardiamo con quello che facciamo noi e viene fuori il sound dei LOST.

E’ un gioco che però ci aiuta a cercare ciò che siamo realmente, ed è molto divertente. Non c’è niente di peggio che annoiarsi mentre fai musica, e noi non ci annoiamo mai.

Durante il vostro “periodo di silenzio” come band, so che avete avuto entrambi l’opportunità di realizzare dei dischi da solisti, vi va di parlarcene?

R: i LOST erano arrivati ad un grandissimo bivio, in cui, per quanto mi riguarda, non ha senso puntare il dito verso una persona ma verso un sistema. Che era quello in cui viaggiavamo. Nel senso che il Music Business in quel momento ci stava veramente tirando tanto.

W: Eravamo giovani… e quando sei giovane, riuscire a gestire tutta quella pressione, quel mondo lì, non è facile. A meno che tu non abbia intorno persone che sono brave a dirti «no, guarda che devi fare così, ecc” e noi purtroppo non le avevamo. Quindi abbiamo davvero dovuto affrontare da soli quel cammino lì.

Avevamo la necessità di staccarci completamente dal progetto e metterci alla prova su altri fronti, quindi coi progetti solisti, con altre cose.

Però credo che quel periodo sia stato formativo perchè siamo cresciuti molto come musicisti, eravamo molto più tranquilli a livello mentale e ci ha permesso poi di tornare nei LOST con la consapevolezza di sapere quello che volevamo.

E quello che volevamo era prima di tutto divertirci, esattamente come all’inizio di tutto, ma con l’esperienza che ci siamo portati avanti negli anni. Queste due cose si sono fuse insieme e fortunatamente si è riaccesa la fiamma.

Ascoltando i vostri album passati e i vostri singoli recenti, si nota immediatamente la vostra “metamorfosi sonora” nel corso del tempo. Quindi siete passati dal pop-rock, all’elettronica e negli ultimi mesi al pop-punk: da cosa è nata l’esigenza di iniziare questo percorso più “aggressivo” (se vogliamo) e intenso al punto di vista sonoro?

R: E’ stato il naturale decorso della nostra carriera artistica. Ad esempio “Come ogni venerdì” nasce come pezzo elettronico.

W: Per scherzare lui ha iniziato a buttarci giù una chitarra bella pesante e io gli ho chiesto «come la faresti se dovessimo farla punk?»

R: Abbiamo perso mezz’ora in studio, e poi ci siamo guardati e ci siamo resi conto di quello avevamo fatto. Questo è stato un motivo di forte dibattito fra di noi perchè avevamo fatto un percorso elettronico fino a quel momento, abbiamo studiato e lavorato sodo. Perchè quando ci avventuriamo in un genere, non andiamo a caso, studiamo, scomponiamo i pezzi degli altri per capire come si fanno, non possiamo arrivare impreparati. Quindi eravamo in forte contrasto di opinioni perchè sei affezionato alla prima versione, ci hai perso ore, giornate a lavorarci. Però quella nuova ti dà delle emozioni e delle sensazioni completamente diverse ed erano le stesse cose che provavamo quando avevamo 15 anni.

Quindi abbiamo capito che quella sarebbe stata la strada corretta.

Il disco che stiamo scrivendo è tutto così e non siamo mai stati così contenti.

E poi, ti dirò la verità, abbiamo bisogno di sfogarci.

W: Dal punto di vista sia sonoro che a livelli di testi questa musica mi sta portando proprio a liberarmi di tutto quello che ho dentro, di tutto quello che abbiamo vissuto negli ultimi anni.

E’ una valvola di sfogo, è terapeutico.

E poi mi rendo conto che in realtà quello che vivo io, lo stanno vivendo tutti. Si crea molta Empatia con il pubblico.

Ultimamente sto leggendo un libro che si chiama “Il Dono della Malinconia” e racconta che la malinconia, che viene vista come una cosa negativa, in realtà è la chiave che porta qualsiasi artista a scrivere le cose più forti e più grandi. Ed è quello che arriva di più alla gente. Tu puoi provare a fare il pezzo più allegro e spensierato, ma non avrà mai la stessa forza di un pezzo malinconico dove tu parli di quello che la gente vive realmente.

La vostra carriera artistica è iniziata ben 20 anni fa: com’è cambiato il rapporto col pubblico e in generale col modo di approcciarsi alla musica nel corso del tempo?

W: Quando eravamo ragazzini noi e quando abbiamo iniziato a girare con la nostra musica, c’era un affiatamento da parte delle persone e di noi stessi, con le band che seguivamo, molto più forte. Perchè c’era tutto un mondo che girava attorno, soprattutto nel pop-punk ed emo. Ad esempio ascoltavi le canzoni dei Sum 41 o i Blink 182, ma poi le riascoltavi al cinema perchè quei brani facevano da colonna sonora. Andavi in edicola e c’erano i giornali e i poster di quelle stesse band. C’era MTV che passava i video ed era l’unico modo che avevi per guardarli, ai tempi. Era una cosa più viscerale.

Non come adesso che hai YouTube e ogni secondo puoi accedere a tutto e lo guardi anche svogliatamente. Secondo me c’era qualcosa di più forte. Almeno, io parlo dal punto di vista del pop-punk.

Adesso la musica è molto più fast: si viaggia a singoli, si viaggia nelle playlist.

Tanta gente ascolta le playlist e magari piace anche la canzone ascoltata, ma poi non si va ad informare sulla band. Può capitare che su Spotify una band abbia 100.000 ascoltatori ma poi su Instagram abbia 1.000 seguaci, e ti chiedi come sia possibile.

C’è tanta musica ma anche tanta dispersione.

Anche una volta c’era tanta musica ma per andare ad ascoltarla, dovevi fare un percorso. Magari ascoltavi un pezzo da qualche parte ma poi andavi alla ricerca di ciò che ti piaceva. Io ad esempio ricordo che compravo i dischi di cui mi piaceva il singolo, ma poi il disco no… intanto però ho comprato il disco, quindi conosco quella band! E magari poi quei dischi lì con gli anni li ho rivalutati, per assurdo.

C’è troppa superficialità perchè la vita ci sta portando a questo. Ci chiudiamo tante volte in casa a guardare Netflix al posto di andare, ad esempio, ai concerti. Se ci pensi, la gente una volta comprava i dischi e ci spendeva i soldi, adesso abbiamo tutto alla portata di tutti: o gratis, o con 10 euro hai tutta la musica del mondo.

Di conseguenza, spendendo così poco, è come se dessi meno valore a quella cosa, invece prima spendevi 20 euro per un disco e ci davi valore, e lo riascoltavi finchè non si consumava.

R: Secondo me è cambiata tanto anche la mentalità delle persone.

Al giorno d’oggi anche YouTube ti da tantissimo, tantissime informazioni. Come se le persone fossero ingorde e non arrivassero “infondo” a ciò che gli interessa. Come una canzone che non viene ascoltata fino all’ultimo secondo.

W: Una volta, se tu noti, le canzoni avevano un sacco di introduzione. Adesso la canzone dopo 3-4 secondi deve partire subito con la voce perchè se no nessuno l’ascolta e passa avanti.

R: Chissà qual è la direzione: se è la gente che si stufa o è Spotify che porta a questo. Non lo sappiamo, fatto stà però che al giorno d’oggi bisogna anche convivere con queste cose. Io e lui ad esempio ogni volta che concludiamo una canzone, ci chiediamo «Quanto dura? Quanto dura il ritornello? Ce ne freghiamo oppure facciamo quello che ci dicono?»

W: A volte ce ne freghiamo e a volte proviamo a modificare qualcosina.

R: Stiamo andando in questa direzione dove l’unico modo per controbattere è l’educazione dell’ascoltatore. Dove purtroppo non si può fare nulla.

Una delle vostre collaborazioni storiche è sicuramente quella con Joel Madden, vi andrebbe di raccontarci qualche aneddoto a riguardo?

W: La collaborazione è nata per puro caso: io mi ero appena fatto il tatuaggio (una frase di una loro canzone) e l’ho inviato sul MySpace dei Good Charlotte. Fatalità ha voluto che, la persona che gestiva il loro profilo, fosse un loro collaboratore che aveva visto il nostro video di Standby, facendolo vedere a Joel. A lui piacque così tanto che ci scrisse, facendoci i complimenti e chiedendoci di fare un pezzo insieme. Gli abbiamo proposto il nostro brano “Sulla mia pelle” e dopo tre giorni aveva registrato le voci e anche le parti in italiano. Per non farci mancare nulla, è venuto anche a girare il video!

Tra l’altro quel giorno lui era a Monaco, in Francia, per una partita di poker di beneficenza, e ha colto l’occasione per registrare il video insieme a noi!

Quando lo abbiamo incontrato, ci siamo resi conto di quanto fosse umile.

Lì infatti abbiamo capito una cosa importantissima:

puoi diventare il cantante più famoso del mondo, ma l’umiltà è quella cosa che ti fa andare avanti.

R: Capire che non sei un Dio in terra ma una persona come tutti.

Io ricordo quando abbiamo incontrato i Simple Plan, abbiamo mangiato in un cunicolo: quella pasta asciutta per loro era la più buona del mondo (per noi no).

W: Era arrivato Pierre dei Simple Plan che ci diceva «dai prendine ancora, prendine ancora»! Quei piccoli gesti sono delle cavolate, però ti fanno rendere conto delle persone che hai accanto!

R: io mi ricordo David che era entrato in camerino quando abbiamo finito di suonare e ci dice «ohh good job, good job, nice show!!». Noi ci siamo guardati e ci siamo detti «Cosa ca**o è appena successo?!»

E’ stato incredibile perchè in quel momento eravamo i “Lost di Standby” ed eravamo appena usciti con “Sulla mia pelle” ma in quei momenti eravamo dei “Fan Boy“.

Cosa ascoltano i LOST del presente e con chi gli piacerebbe collaborare?

W: Come ti dicevo prima, io sto ascoltando tantissimo gli Story of the Year!

R: Ci piacerebbe collaborare con tutti! Anche se farlo è la cosa più difficile dal punto di vista artistico.

Negli ultimi pezzi scritti, io personalmente percepisco molta rabbia e desiderio di ribalta. Infatti uno dei miei pezzi preferiti è “La nostra Rivoluzione”. Vi va di parlarcene?

R: Considera che i testi sono al 99% scritti da Walter, nei quali mette tutto se stesso. Abbiamo provato in tutti modi a fargli cantare testi di altri autori, anche scritti da me, ma lui non ci riesce. Non è che non vuole.

Mi dice spesso «Io ho bisogno di cantare quello che sento. Quando sono sul palco, non posso cantare parole che non mi appartengono, perchè non sono io.»

Ad esempio anche quando dobbiamo fare dei feat. con delle persone che non conosciamo e che magari ci consegnano il testo che hanno scritto, è difficile cantare qualcosa che scrive un’altra persona.

Le ultime canzoni sono molto “arrabbiate” perchè è come si, e ci sentiamo.

Prova a pensare: noi come possiamo sentirci quando riapprodiamo in un settore, in un mondo (quello musicale), che è cambiato completamente?

Non sono cambiate le figure o le persone, ma come si comportano, quello che è importante.

E’ frastornante per noi.

Passiamo delle grandissime sessioni io e Walter in studio a chiederci: «cosa facciamo? Dove andiamo?»

Quando suoniamo in giro, è il momento in cui stacchiamo il cervello dal progetto. Quando saliamo sul palco, è il momento in cui tutto quello per cui abbiamo lavorato, è in pausa, è finito e ha dato un frutto. Un risultato.

C’è questo bisogno, perchè ci siamo veramente rotti il ca**o di stare fermi, di fare i piacioni, gli abbottonati.

Alla fine non siamo noi.

Siamo bravi ragazzi, ma abbiamo voglia di divertirci, di “denunciare” nel nostro piccolo qualcosa che non è politico, è un qualcosa di sociale, di spirituale.

E’ una cosa che porti dentro.

Una cosa Umana.

Cosa vi fa sentire “Fuori Posto”?

R: Qualunque cosa! *ride*

W: La gente! *con tono rassegnato*

Dopo questi ultimi due singoli che hanno dato il via a questo vostro nuovo percorso, è arrivato il brano che consacra una grande amicizia, ovvero quello con i dARI: “Come ogni venerdì”. Vi va di raccontarci qualcosa a riguardo?

R: Quando abbiamo chiuso la canzone con i dARI, ci siamo detti «ma sai che è una figata? Ma che bomba, ma perchè non lo abbiamo fatto prima?»

W: è uno spoiler quello che sto per dirti, ma stiamo lavorando con tantissimi artisti della scena punk nuova per fare dei feat insieme. Quindi nei prossimi mesi usciranno, oltre ai pezzi nostri, anche dei pezzi loro dove ci saremo anche noi!

Ed è bello perchè vedi questa vecchia e nuova scuola che si stimolano a vicenda…

R: …con due approcci completamente diversi perchè c’è un altro modo di scrivere, un altro modo di cantare, ma è davvero figo!

Ultimamente noto sempre di più che gli artisti tendono a portare gli inediti ai live. Da cosa nasce la vostra esigenza di fare lo stesso?

W: Perchè abbiamo voglia di far sentire la roba nuova!

R: Tu parti dal presupposto di questa cosa che ti dirà sempre ogni artista: “l’ultima canzone è sempre la più bella che ha scritto”.

W: Comunque con questo nostro ritorno al punk, abbiamo voglia di far sentire i nuovi brani perchè sentiamo che spinge tanto ai concerti, quindi abbiamo l’esigenza di farli sentire!

Cosa avete in serbo per noi durante quest’anno? Nuovi singoli? Un album? Un tour estivo? Svelateci i vostri segreti!

R: Il disco è quasi pronto, solo che non siamo mai contenti perchè vogliamo sempre scrivere altri pezzi, abbiamo sempre nuove idee!

E’ una cosa difficilissima mettere un punto e dire «Ok Walter, fermiamoci. Questo è il disco, chiudiamolo e mandiamolo in pubblicazione.» Poi dal giorno dopo la pubblicazione ne scriviamo un altro.

DeGenereration TOUR te lo dice il nome stesso: non sarà solo questa data. Andrà avanti tutta l’estate e andrà avanti in esclusiva dARI/LOST.

Tra di noi c’è un rapporto di fratellanza totale.

Siamo entrambi headliner: questa sera ad esempio chiuderemo noi la serata, ma dalla prossima volta ci saranno dei cambi, ci saranno delle sorprese. E questo lo decidiamo davanti ad una bevuta a fine concerto.

W: Infatti il bello di questa cosa della collaborazione ai concerti è proprio che non c’è un headliner fisso: una volta chiudiamo noi, una volta loro, tanto chissenefrega, alla fine basta suonare e divertirsi.

R: Tanto abbiamo la stessa quantità di tempo, le stesse attenzioni da parte dei locali ecc… questa estate andrà avanti così!

DeGENERETION TOUR

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AlEmy

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